La competitività di un Paese non si misura soltanto dalla forza delle sue imprese, ma dalla capacità delle istituzioni di creare le condizioni affinché quelle imprese possano crescere, investire e competere.
La politica industriale è tornata
Per molti anni si è sostenuto che il mercato avrebbe regolato autonomamente i processi economici. Che lo Stato dovesse limitarsi a fissare le regole e lasciare che fossero le imprese a individuare gli investimenti migliori.
La realtà ha raccontato una storia diversa.
I grandi Paesi stanno pianificando.
Gli Usa investono centinaia di miliardi di dollari nella reindustrializzazione attraverso l’Inflation Reduction Act e il CHIPS Act. La Cina continua a sviluppare strategie pluridecennali per rafforzare industria, tecnologia e infrastrutture. L’India sta costruendo una politica di attrazione degli investimenti manifatturieri. L’Europa ha iniziato a parlare di autonomia strategica, resilienza industriale e sicurezza economica.
L’Italia deve costruire una propria visione.
Il vero problema italiano
Il nostro Paese non soffre per mancanza di capacità imprenditoriale. Le imprese esportano oltre 600 miliardi di euro l’anno, competono nei mercati internazionali e rappresentano eccellenze riconosciute nella meccanica, farmaceutica, agroalimentare, cantieristica, moda, automazione e tecnologia.
Il limite è un altro. Manca una programmazione economica stabile.
Troppo spesso gli investimenti pubblici e privati procedono senza una regia comune. Porti, ferrovie, aeroporti, energia, università, formazione, ricerca, innovazione e politica industriale continuano a essere affrontati come compartimenti separati.
Eppure appartengono allo stesso sistema.
Dalla logica delle opere alle filiere
Ogni investimento deve rispondere a una domanda semplice: quale valore industriale produce?
Genera nuova manifattura? Attira investimenti? Favorisce esportazioni? Riduce i costi delle imprese? Aumenta la produttività?
Se la risposta è sì, allora quell’infrastruttura è un investimento produttivo.
Il capitale umano come infrastruttura
Le imprese italiane stanno incontrando crescenti difficoltà nel reperire personale qualificato. Non soltanto ingegneri.
Mancano manutentori, tecnici, autisti, saldatori, operatori specializzati, programmatori, elettricisti, esperti di automazione, personale sanitario e figure amministrative.
Per questo il capitale umano deve essere considerato una vera infrastruttura economica.
Il ruolo delle rappresentanze
Anche il sistema associativo deve evolversi. Le associazioni devono produrre analisi, proposte normative e strategie di sviluppo.
Il dialogo tra pubblico e privato rappresenta oggi uno dei principali fattori di competitività.
Una nuova stagione economica
L’Italia ha imprese eccellenti. Una forte capacità manifatturiera. Una posizione strategica. Università di qualità.
Ma questi elementi devono essere messi a sistema.
Non basta amministrare il presente. Occorre progettare il futuro.

L’opinione di Paolo Raia
«La digitalizzazione della supply chain non rappresenta più una prospettiva futura ma una necessità competitiva. Integrare dati, automazione e collaborazione tra gli operatori significa rendere la logistica più efficiente, resiliente e sostenibile.»
Paolo Raia, Vicepresidente Federlogistica, MD MSC Cruises

